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Fine Ottocento

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo successivo, il territorio di Calenzano è caratterizzato dalla presenza di grandi ville-fattoria, che organizzano un mondo rurale che poggia le sue fondamento sulla mezzadria e sul reperimento di braccianti stagionali, a basso costo, provenienti dalle aree più povere della Toscana.
A Calenzano si producono cereali e si coltiva la vite da vino ed anche le poche attività industriali presenti - la lavorazione della paglia, della seta, le distillerie, le attività estrattive - traggono le materie prime o i capitali necessari al loro funzionamento dall’agricoltura.
In queste industrie la forza lavoro è reclutata, in gran parte, tra la popolazione locale (che, seppur in crescita dal 1885, rimase a lungo tra le più basse della Provincia di Firenze), ma grande è anche il numero di lavoratori stagionali (specie in concomitanza con il raccolto e gli altri appuntamenti del calendario agricolo), mentre già si segnala un forte pendolarismo verso Sesto Fiorentino e la manifattura di Doccia.
Per decenni le attività tipiche di Calenzano sono il fornaciaio e la trecciaiola.
Le fornaci più importanti sono di proprietà delle famiglie Levi-Mortera, Ginori e Morrocchi.
Di solito i fornaciai sono contadini che in inverno, quando il lavoro dei campi richiede cure meno assidue, arrotondano il loro magro salario lavorando nelle cave o alle fornaci in cui si produce principalmente calce.
La lavorazione della paglia, i famosi “cappelli di paglia di Firenze”, rappresenta l’altra possibilità da integrare il lavoro nei campi per i calenzanesi: a Settimello è conosciuto il laboratorio impiantato da Leopoldo Carmignani alla fine dell’Ottocento, ma altre manifatture sono diffuse su tutto il territorio e ad esse si associa il lavoro affidato a domicilio.
Il lavoro svolto viene, poi, raccolto dai fattorini, imprenditori che sul loro caratteristico barroccino caricano la paglia e la distribuiscono alle trecciaiole di professione o pigionali sparse sul territorio oppure alle case dei contadini.
Uno di questi fattorini fu Torello Donnini, il cui nome sopravvive nel capoluogo del paese.
Le istanze sociali di operai e contadini sono controllate dagli istituti di beneficenza e opere pie, espressione della "classe dirigente" locale composta da membri dell’antica nobiltà fiorentina presenti da secoli sul territorio (come i Venturi-Ginori) o da ricchi esponenti dell’imprenditoria cittadina (come i Bastoni).
In questo mondo dominato dall’agricoltura, dove i cambiamenti sono lenti e difficili, cominciano tuttavia nei primi anni del Novecento a manifestarsi i primi segnali di un cambiamento, segnali che si concretizzano negli anni precedenti allo scoppio della Grande Guerra nella nascita delle prime cooperative di operai a Settimello e San Donato, espressione di quei movimenti sia cattolici che socialisti più attenti alle esigenze ed alla difesa dei diritti dei ceti più deboli.


 

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